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the new groom

Questo è il giorno in cui doveva ancora succedere

Lo colse alla sprovvista, uno scenario inaspettato sullo scollinare di una strada ai bordi del mare.
Una foto fatta 16 anni prima, la metà della sua età.

Ci sono diverse cose che la uccisero: a iniziare dai loro visi, giovani e inspiegabilmente belli, nonostante fossero vestiti in modo tra il semplice e lo sciatto. I loro sorrisi, spontanei come non mai nella loro forzatura: felici e consapevoli del fatto che bastava sorridere per essere felici.
Poi la consapevolezza del fatto che tutte le cose del passato sono sempre più belle.
Il colpo finale era una frase, apparentemente ovvia: tutto doveva ancora succedere.

In quella foto, tutti gli anni che lei aveva già vissuto non erano passati. Persone erano vive, persone erano irrilevanti alla sua vita, persone dovevano ancora nascere.

Una bella sensazione la prese allo stomaco: anche oggi tutto doveva ancora succedere.

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Barche ormeggiate

– Orza.. orza.. a meno che non vuoi piegarla
Berry si spostava continuamente sul ponte della barca come un calabrone intorno al lampadario, sapeva esattamente quello che stava facendo e anche i successivi passaggi. Anel no.

– Orza cosa? Devo spingere o tirare?
– Se il vento è su Carel, la barca si sta piegando di brutto, tu hai tutto il peso fuori quindi..
– Quindi..
– Devi..
– Tirare?
– Bravo.
– Sono andato a caso
– Ma dai

Era andato a caso, la prima uscita in vela era stata forse sopravvalutata da Berry e si era messa a snocciolare una crivelleta di termini velistici ad altissima densità.

– E quindi se orziamo devi tirare il timone.. ecco brava così e poi devi anche spostare..?
– Spostare..
– Spostare..
– …
– Se vuoi andiamo avanti a dire spostare con i due puntini dopo
– Ah ok il carrello centrale, così la vela prende il vento parallelo
– Ortogonale
– Quello volevo dire
– Ma dai
– Ma dai

Il verde smeraldo della nebbia su cui galleggiavano contrastava con il cielo rosso chiaro, stavano tornando al porto e Anel era stanca come non mai. L’abitudine ad essere sballottati dal vento e dalle onde per due ore non si sviluppava certo nel giro di un pomeriggio.

– Ecco, adesso stiamo rallentando. Vedi come la barca offre il fianco al vento automaticamente?
– In che senso? Ah sì. Ma perché?
– Come perché? È palese, guarda anche i sassi che galleggiano

Era vero, tutti gli oggetti si disponevano automaticamente offrendo la maggior superficie possibile al vento, solo un oggetto circolare si sarebbe salvato da quel processo logico ancora prima che naturale. Tutto dava il suo fianco, si lasciava coinvolgere il più possibile in quella distesa morbida. Se il vento fosse tirato dalla direzione in cui il sole tramontava, tutti gli oggetti sul fiume verde si sarebbero disposti nello stesso senso, ortogonali el vento e paralleli tra loro.

– Ma sai che non me ne ero mai accorta?
– Be’ non è che passi il tuo tempo qui in mezzo come me, però sì è ovvio: il vento spinge le parti più fuori dalla forma, le protuberanze, finché la forma non oppone la massima resistenza
– Come le persone con gli eventi
– Le persone hanno parti fuori dalla forma?
– Sì dai, chi più chi meno
– Ma dai
– Io sicuramente sì
– Comunque se guardi le barche ormeggiate danno la prua al vento

Anel si sentì ancora più stupida per non aver notato quest’altra ovvietà. Le barche ormeggiate fuori porto erano tutte parallele, ma tutte con la prua al vento.

– Ovvio. Chi è libero da legami cerca di opporre la massima resistenza, chi è legato la minima, e guarda al punto di origine del vento.
– Sì, il vento le sposta finché non si mettono in quella posizione. Ma ti stupisce così tanto? Hai bevuto?
– No sto ancora pensando alle persone
– Con le protuberanze
– C’è chi è più fortunata e chi meno

si guardò le tette, poi guardò quelle di Berry, più piccole e sode. Risero assieme.

– D’altronde prima o poi ogni barca va legata alla boa
– No, solo quelle di valore

Anel toccò terra chiedendosi quando e quanto era stata ormeggiata nel corso della sua vita, se era stato suo padre, sua madre o lei stessa a decidere quando e quanto uscire nel fiume verde, e quanto forti fossero i venti che la avevano fatta ruotare verso il sole.

– the new groom, C. Beenol

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Il letto sulla spiaggia

Ti saluto.
Ti saluto amore mio.
Ti saluto perché non posso vivere così, con il cuore che sta continuamente per esplodere.
Ti ho salutata molte volte, con il sorriso o con le lacrime, con la neve e in riva al mare.
Ci si ritrova con i corpi vicini, addormentati, a stringersi ancora. A guardare l’oceano senza capirlo. A ascoltare quel suono, non riproducibile. Poi ad apri gli occhi e scopri che stai vivendo un’altra vita.
Ti saluto amore mio, salutando anche una parte di me. Non quella dei ricordi, non quella delle sensazioni. Saluto e uccido quella che sapeva amare fino a distruggersi, e vendicarsi per essersi distrutta.
Non la voglio più. Voglio stare bene e vorrei che tutti stessero bene, prima di tutto tu. Senza più essere amore mio, ma più semplicemente essendo chi sei. Quando cammini, quando scegli la frutta, quando bevi e mentre telefoni.
Mi piacerebbe dirti che una parte del mio cuore sarà sempre per te, ma non è così. Piuttosto, tutto il mio cuore desidera sempre che tu possa stare benissimo. È si, vorrei rincontranti. La vita può passare in fretta, dipende dalle stagioni. Vorrei rivederti, perché sarebbe veramente vederti per la prima volta per me.
Ci sarà un momento per quello forse.
Ti saluto amore mio. Nei passi di questa giornata fredda ti sono vicino, aggiungerò un tramonto ai tanti che ho visto, avrò un sorriso per te, lo puoi recuperare quando vuoi. Questo é esente da controindicazioni, non porta sofferenza.
Ti saluto oggi perché è molto tempo che ti ho salutato. Ora te lo sto solo scrivendo, ma dentro di me quel saluto risuona da diverso tempo.
Addio, e bentornata.
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Cenotes/-1

No, non ero un fan dei musei, non ero un fan delle mostre.

Si, la avrei seguita in capo al mondo, se mi avesse detto vieni con me. E un giorno me lo ha detto, ma sarebbe stato qualche ora dopo.

Fino a quel momento eravamo fuori da quel palazzo, grande e bello. Ci aveva sorpreso in mezzo alla strada. forse c’era anche prima, semplicemente non lo avevamo visto, semplicemente. Camminavamo per mano.

Camminavamo per
mano.

Ed ogni volta che la guardavo sorrideva. Come è bello quando tutto è così.
Non deve essere sempre tutto così per essere bello, affatto. Ma finché è così è sicuramente bello.

Ci siamo entrati in quel palazzo, anche a a me attirava, subdolo meccanismo. Non ci sarei entrato da solo, lei voleva e subito dopo lo ho voluto io, e non me ne sarei pentito.

Così come non mi sono mai pentito delle cose che ho fatto con te, semai mi sono pentito di quelle che ho fatto senza te.

Le immagini ci ruotavano intorno, erano sospese nel vuoto, con frasi scritte, con spazi divisi ma comunicanti. Ero in un sogno, lo avevo già imparato, notti prima, che con te nella mia mano io non ero più qui, ero in un sogno. Era inutile pensare di avere un peso, degli occhi, dei pensieri: eravamo un sogno, e in quel nonspazio nella nonluce prendevo contatto con la tua mano e la perdevo, imparavo a cercarti, tra immagini di guerra, miseria, industrie, riflessi di un mondo in cui eravamo dèi lontani, non mi ero mai sentito così lontano, e quindi non avevo mai capito così fortemente quelle immagini.

Non avevo paura di perderti, quanto era bello non avere paura, non avere peso, non avere colpe.

Non avere colpe.

Perderti, anche di pochi metri, e avere lo stesso la tranquillità che eri lì, nel nostro sogno. La bellezza di essere parte di una stessa realtà, il rallegrarsi di un’idiozia così semplice, in mezzo a immagini galleggianti. Mi hai spalancato, vedendo te guardavo quelle immagini, e non mi sarebbero mai entrate così.

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Cenotes/5

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E te lo ricordi

quando siamo entrati in quel paese che sembrava dimenticato da dio, che mi avrebbe fatto pietà, o forse paura se fossi stato solo. E invece no, mi sembrava disegnato per noi, una sola strada, forse nemmeno un chilometro di strada, pochi bambini che giocavano per strada, la pioggia, si la pioggia che sarebbe scesa anche quella notte. La polvere, i mucchi di spazzatura, il lago. Tutto finto, ho pensato, tutto disegnato per noi. Questa donna, che ci serve un cibo che non so pronunciare, non esiste; e non esiste nemmeno sua nonna che lo ha cucinato in quella specie di cucina lì dietro.

Non esiste il cane sotto il balcone, con i suoi cuccioli. Non esiste quella torre di legno, non esiste l’uomo che, tranquillo con il suo machete e il suo fucile, entra nella foresta con la faccia di uno che ha appena messo un euro nel carrello.
Non esistono le bambine che mi stanno vendendo una barretta di cioccolato.

Esiste questa sensazione di aprire la bocca e non riuscire a dirlo, ma non per la terra che calpesto, non per la sensazione che provo: per l’inadeguatezza delle parole, perché non è una sensazione – è la certezza ferma che quello che sto vivendo è la sovversione di quello che ero e sentivo fino a ieri.

Anche quella sera mi sono perso in quei nonpensieri, spaventato stupito e rapito dalla normalità con cui vedevi tutto, perdonami, se sono bambino che cerca di aprire una porta di cui non arriva alla maniglia e origlia e basta, mi sono perso nel colore dei tuoi occhi, nel taglio delle tue labbra, su un balcone che dava su quella strada con il tizio con il machete.

Ogni volta che vedevo i tuoi occhi affogavo un po’ di più. A rivederli, affogherei anche di più.

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inside moment of being

Cenotes/4

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Ho fatto un sogno.
Ho fatto un sogno, eravamo noi due. Noi due, eravamo in un posto, se vogliamo chiamarlo così. Se era un posto era un posto lontanissimo, eravamo solo io e te, e intorno non c’era nessuno.

Le persone erano come alberi, sorridenti o imbronciate che fossero, erano uno sfondo. Pochi notavano la nostra presenza, e viaggiavamo. Ogni giorno ci spostavamo dove ci pareva, consapevoli che quello fosse un sogno. Ogni giorno insieme, ogni notte insieme, fino a credere di essere la stessa cosa, consapevoli che ci saremmo svegliati.

Ho fatto un sogno, e ogni notte ci stringevamo in un modo altrimenti impossibile, e ogni notte pensavo che sarebbe stata l’ultima notte della mia vita, così volevo averti ancora più vicina di così, anche se era impossibile, ogni notte in un posto diverso, ogni notte in un posto sempre più lontano.

Volevo che non sorgesse mai il sole, vivere in quel confuso e totale coinvolgimento della tua persona, vedere alla poca luce le linee che disegnavano il tuo sorriso.

Ho fatto un sogno che contava molte notti, e ogni notte, ogni notte, ci svegliavamo e ci stringevamo di più, e ogni notte te lo dicevo, che ti amavo. Ti dicevo

Ti amo

e poi il tuo nome. Tu sorridevi, tutte le notti, e dicevi che mi amavi anche tu, e dicevi il mio nome. Volevamo passare la vita assieme, se la vita era questa.

E poi ancora, ogni giorno e ogni notte, fino a non contarli più, provarli a scrivere sulla sabbia per vederli cancellati e per poter immaginare, sognare di nuovo, che quel giorno fosse sempre il primo, ad attendere un’altra notte in cui saremmo caduti l’uno dentro l’altra.

E una volta, forse l’ultima, l’ultimo risveglio, il tetto era un cielo con milioni di stelle, con la luna piena, su un letto sulla sabbia, lì si che avevo capito che era un sogno, e per quello avevo tanta paura, allora ti ho stretta ancora più forte e te lo ho detto un’altra volta, ma ormai le parole non sarebbero più bastate, come avrei potuto anche solo pensare che dirtelo fosse possibile? Quanto erano lontane le parole, il mondo, le persone, auto città lavori futuro, niente era più sensato, mentre tu dormivi con quel vento caldo. Nemmeno le lacrime mi salvarono.

Niente è più stato come prima, quando mi sono svegliato.

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Cenotes/3

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Ti ho trovata tra tutte, e ti ho scelta per me.

– ti ho scelto tra tutti, perché tu sia per me

– e quando camminerò, tu camminerai con me

– e quando sorriderò, tu sorriderai in me
– e quando sarò solo e alzerò gli occhi al cielo
– saprò che il mio cielo è lo stesso che hai tu
– saprò che l’oceano, è lo stesso che hai tu
– e quando sarò sola e guarderò alla terra
– saprò che è la stessa terra che sostiene te
– saprò che è lo stesso sole che scalda te
– quando sarò solo e guarderò alla mia anima
– saprò che è la stessa anima che oggi ti parla
– saprò che è la stessa che oggi ti parla

– e quando tra poco torneremo tra la gente
– saremo come cielo e terra
– saremo vicini ovunque

– perché l’unica cosa che conta
– è che ora siamo qui
– è che qui siamo noi.

– é che non c’è altrove in cui vorrei essere
– non c’è altro momento che potrei desiderare
– nessun altro uomo che vorrei vicino
– nessun altra donna che vorrei amare
– nessun altro uomo che vorrei amare
– la mano di nessun altra vorrei tenere
– e nessun altro che possa tenere la mia mano

– io amo la tua forza
– amo il tuo piacere
– amo quello che sei
– amo il tuo amare
– amo la tua voce
– amo il tuo pensiero
– amo la tua anima


– e tutto farò perché quello che sento sia libertà per te che oggi sei mio
– e la la libertà per entrambi, sarà tutto quello che farò per te, che oggi sei mia
– perché il nostro cielo sia sempre anche mio
– perché la nostra terra sia sempre anche mia
– perché lo sia il nostro sole
– e il grande oceano che ora è qui per noi

– combatterò perché il mio passo sia sempre leggero nel tuo cuore
– affinché la mia allegria sia sempre sincera nel tuo cuore
– le nostre menti
– i nostri cuori
– i nostri corpi
Siano sempre liberi

io, _, prendo te __ come mio unico amore, oggi e qui. Nella mia mente, nel mio cuore e sulla mia pelle ci sei solo tu

– tutto ciò che ho sempre voluto
– tutto ciò di cui ho sempre avuto bisogno
– è qui tra le mie mani

– le parole sono totalmente superflue
– possono solamente ferire

– e ora che abbiamo lo detto
– amiamoci nel silenzio.

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Cenotes/2

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Camminare pochi passi dietro di te.
Accorgersi che come nessun altro momento, quel momento non tornerà.
Bere di un cielo enorme, con un sapore che non ha niente di casa.
Sentire il peso che affonda nel terreno, come volesse rubarmi un po’ di anima.

Lontani

Lontanissimi

Nemmeno oltre le nuvole e l’oceano c’è una casa

Quando casa è qui.
Ti ho attesa un tempo infinito, le stelle no segnavano più la notte, il navigante era sperso.
Attesa è stato il mio nome, quando il tempo non si contava.

E ora non voglio più prima e dopo, solo questo spettacolo una volta e per sempre, i passi davanti ai miei, il tuo vestito leggero.

Mia rosa, musa, mistero e desiderio. Da pensare se sto veramente vivendo, se questa cosa che ho intorno sono veramente io.

Finchè l’oceano, unica musica, accarezzerà i nostri piedi, noi metà in quello che alcuni chiamano mondo, metà in quello che voglio chiamare cuore, perché oceano è ciò che non si può capire. Oceano è ciò che divide e contiene.

Chiudo i gomiti dietro la tua schiena, il tuo peso irrompe nel mio cuore.

I’m kissing you wide [..] I’m in luck

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Cenotes

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Volavo

e voglio tenermela con me, questa sensazione
in un’enorme stanza, volavo lentamente, a movimenti ampi e precisi. Volavo, fino a toccare per terra, la roccia, in una stanza di enormi stalattiti, con poca luce. con quella poca luce vedevo centinaia di colori, potevo immaginare a malapena cosa potesse essere veramente quel posto se avesse visto la luce vera.

Alcuni metri sopra di me, quasi ferma, volavi tu. Alzavo gli occhi, ti guardavo, mi staccavo a pochi centimetri da terra.
Fermi, lontani da qualsiasi altra cosa, guardandoci ma staccati l’uno dall’altra. Tanta acqua a dividerci e separarci. Poche persone, abbastanza lontane da rassicurare che fosse tutto reale senza disturbare.

Soprattutto, quella lentezza. Quella lentezza e quella bellezza a rubare gli occhi, cercando luce nella poca luce che c’era. Cercando buio per poter scappare ancora, rallentando tutto ancora di più. Tutto nella mia mano destra, la sinistra aperta verso di te, a salire all’infinito, infinitamente lento.

Piccola, tu, e la distanza a spegnersi, piano, fino a rubare l’ultima acqua tra noi, in un delirio di lentezza, tra centinaia di colori nel buio riconoscerli i tuoi occhi, i tuoi fianchi.
Non avrei voluto altro che sparire in quel momento, in un tuo sorriso.

Non avrei voluto altro che sparire in quel momento, in un tuo sorriso.

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Le hai viste quelle luci

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Le hai viste quelle luci? Con dentro qualcuno, in ognuna, hanno gli stessi miei pensieri? Hanno paure, vanno a dormire e fanno quelle cose che si chiamano sogni?

Lo pensavo guardando fuori, per poi scoprire che dall’altra parte, ma molto più lontano, qualcun altro lo pensava di me e di tutte le luci che avevo intorno.

E allora un po’ ho pianto, perché è fantastico non essere soli. È l’unica cosa che ci si può aspettare dal Mondo.

Come per esempio adesso lo pioggia cade, fuori ci saranno -2 gradi, ma il rumore se ne è andato, è rimasto qualcosa che non puoi nemmeno chiamare rumore quasi.

Quanto sembra lungo l’inverno quando è gennaio.

E tra poche settimane, si arriva la primavera,
un vento nuovo,
ma vecchio e già sentito tante volte,
lo amerò ancora si.
Dormiamo, che siamo vicini.